Man Vs CHF

Uscire dall'Euro. Entrare nel Franco.

Ho motivo di pensare che questo possa essere l’ultimo post su questo blog, almeno per un po’. Dovessi cambiare idea, modificherò questo titolo in maniera da garantirgli la necessaria coerenza con il resto degli articoli

L’evoluzione dei temi di questo blog ed il diradarsi della frequenza di pubblicazione dei suoi post sono esemplificativi di un processo di integrazione e di normalizzazione che più o meno chiunque si trasferisca in un nuovo luogo attraversa.

Mi spiego, anche se è davvero semplice e l’avrete già capito anche voi.

Quando all’inizio vai in un nuovo paese è tutto nuovo, bizzarro e degno di essere descritto o almeno rapidamente fotografato con il telefonino. La sera, a casa, non hai ancora troppo da fare. Non conosci ancora troppe persone. Al tempo stesso, l’insieme delle relazioni che ti sei lasciato alle spalle esercita una forza gravitazionale superiore a quanto non faccia il tuo nuovo mondo sociale. Cioè, raccontare della ragazza x o del lavoro y ad un amico del liceo riveste un’importanza quantomeno uguale, se non maggiore, al vivere. Il raccontare è, in un certo modo, l’essenza. Sei quello che comunichi. Inoltre non vuoi creare un quotidiano simile a quello che avevi. Leggere un libro nella tua lingua ti sembra una piccola perdita di tempo, o quantomeno qualcosa non allineato con quella che possiamo definire, per mancanza di espressioni migliori, l’esperienza. Guardare la televisione (nella sua versione in streaming del 2015) ti sembra impensabile. Ma figuriamoci cosa me ne frega a me della politica italiana, pensi.

Poi succedono tre cose.

1. Si inizia ad intravedere una trama, nelle azioni che metti in fila nel tuo nuovo luogo di vita. Crei una normalità. La deviazione dalla quale, magari, è degna di nota – ma non l’aderenza. Io corro lungo questo lago incredibile, adesso come quindici mesi fa. Quindici mesi fa dovevo raccontarlo a tutti. Adesso, no. Lo racconto solo se una falcata imprudente sulla passerella bagnata mi fa scivolare nell’acqua.

2. Il diametro del nuovo pianeta supera quello del vecchio, e ti attrae con più forza. Attenzione: non è che ti piace necessariamente di più. Solo, per inerzia, ci appartieni. Ti abitui. (Che poi, detto per inciso, è lo stesso motivo per il quale le coppie si lasciano nelle relazioni a distanza. Si impara a fare senza). In assenza di eventi particolari, la scelta fra una sessione Skype con rappresentanti del vecchio mondo e una chiacchierata con quelli del nuovo si risolverà con più probabilità in favore dei secondi.

3. Cedi, un pochino, all’inerzia. La tua naturale curiosità si ricopre di qualche strato di polvere, e gli impegni della vita (di qualsiasi vita) ti portano a chiederti se è davvero il caso di passare mezz’ora a descrivere fatti per dei semi-sconosciuti quando invece dovresti lavorare.

Succede anche una quarta cosa. Minore, ma rilevante.

4. Inizi ad usare dei social media più nuovi di quanto non sia un blog. Inizi a mettere su delle fotografie quadrate, con filtri, e didascalie ironiche ed acute, accuratamente tornite. E lasci che siano i tuoi follower a ricostruirsi da soli una mappa della tua vita. (Sempre che gli interessi).

E’ per questo che simili blog dovrebbero avere una data di scadenza.

E’ per questo che questa pagina non la legge, fondamentalmente, quasi più nessuno.

La fortuna qual è? Che alcune persone riescono, nonostante l’inerzia dei pianeti, a restare curiose, ed a credere nel valore salvifico della parola (“valore salvifico della parola” l’ho letto di sicuro da qualche parte). Nel senso che secondo me puoi ottenere davvero tutto. Ci sono queste cose, queste lettere, e basta combinarle in un certo modo per creare quello che vuoi. Se nella maggior parte dei casi non riusciamo a raggiungere quello che ci serve (fermare le guerre, trattenere le persone che amiamo, diventare miliardari) è solo perché non abbiamo abbastanza talento o costanza. Non è colpa dello strumento. La colpa è della totale inadeguatezza rispetto ai pensieri, semmai. Il compito è erculeo. Ma, teoricamente, ottenibile.

Pertanto, per rispetto alla parola – e perché un blog mozzato è triste come un palazzo non finito -, sospendo temporaneamente l’aggiornamento di questa pagina. Magari cambio idea fra una settimana, eh. Ciao

Post a tema ciclistico ma comunque non privo di elementi autobiografici, i quali vi permetteranno di trarre spunti per riflessioni personali sulle vostre vite, particolarmente in materia di: mutazione dei gusti, identità, dipendenze e social media

Di come l’andare in bicicletta abbia definito la mia identità (ma senza eccessi. Eccessi, mai. Passioni che consumano, mai), ho già parlato qui. Pertanto vi risparmio le menate su quanto significhi per me riscoprire questa attività adesso, per di più dopo un’esperienza lavorativa nel ciclismo di alto livello, e per di più in un paese ricco di salite e paesaggi che noi, che nel 1998 guardavamo Pantani ad Oropa, abbiamo sempre immaginato appiattite dallo schermo TV.

(Che poi, fra parentesi, oggi senza saperlo sono finito a pedalare sui primi 3-4 chilometri di una salita classificata dal più autorevole sito di ciclo-scalatori come la 2^ più dura della Svizzera, la 7^ delle Alpi e la 36^ del mondo. Giuro. Con 29 tornanti numerati solo nei primi 6 chilometri, roba epica. Ma sto divagando).

Qui parlerò di come alcuni elementi stiano succhiando via dalle mie membra via il piacere puro dell’andare in bicicletta, e della mia lotta per ritrovarlo.

1. I social media. Conoscete Strava? E’ un social network per runner e ciclisti, e – come tutti i social media – dà dipendenza. I tuoi “amici” vedono i percorsi che hai fatto, i tuoi tempi, dove ti sei fermato e quanto piano sei andato. Come Facebook, se volete. Ma mentre su Facebook uno può barare – pubblicando la foto del salmone in crosta preso al Fish Market a Trastevere ma non quella della pasta al tonno mangiata a pranzo, postando la foto scattata dalla prospettiva smagrente e non il dettaglio dell’acne – su Strava è tutto trasparente (a meno che in salita non ti attacchi ad un automezzo, ma non si fa). Considerando che molti dei miei ex e futuri colleghi sono su Strava, vivo una continua peer pressure che mi spinge ad andare a fondo anche quando potrei godermi un paesaggio.

2. L’abbigliamento figo. Prima, indossavo la già citata maglia arlecchino Mapei o improbabili giacche non-impermeabili di squadre toscane rimediate da amici di amici. Non avevo bisogno di acquistare materiale tecnico in colori alla moda. Qui, sulle strade, è una sfilata. Ed io – che già non eccello per stile in sella – devo fingermi concentrato sulla striscia bianca a centro carreggiata per incrociare lo sguardo di ciclisti provenienti dalla direzione opposta, in impeccabili completi neri, eleganti come un tuxedo. Colpa di Rapha, che ha ridefinito i canoni estetici, con prezzi fuori mercato per i più.

3. L’avere una fotocamera sempre a portata di mano. E’ inevitabile: alla prima combinazione di paesaggio mozzafiato e fatica galoppante (e, vista l’orografia del luogo, entrambe le condizioni si manifestano frequentemente) ti fermi e scatti foto alle montagne, ai pini, alla bicicletta, alla grana dell’asfalto. Chi mi conosce, conosce anche la snobberia intellettuale con la quale ostento disgusto per chi ai concerti fotografa/filma invece di godersi il momento. Bene: nelle pause di sella non sono troppo diverso – anche se mi guardo bene dal farlo in presenza di esseri umani (se passa una macchina fingo di urinare).

4. I filtri di Instagram. Corollario del punto 3, presenta l’aggravante che ho più difficoltà di prima a godermi le luci naturali. Prendi una bella immagine (rigorosamente square) e non ti accontenti più della splendida soleggiatura primaverile che filtra fra le fronde. Vuoi metterci un po’ di amaro un tocco di slumber, magari un’accenno di willow. L’effetto è quello del doping. Un’immagine #nofilter sembra incompiuta. E così mentre pedali, ci pensi.

5. Le barrette energetiche e gli integratori alimentari. Mettevo in tasca delle banane (sempre), della cioccolata (spesso), dei fichi secchi (quando volevo sentirmi eroico). Adesso ho una barra col 30% di proteine, ottima per il recupero, che mangio a tre quarti dell’allenamento per facilitare la ricostruzione dei tessuti danneggiati dallo sforzo. Ma veramente? Poiché in sella si ha fame, tutto il periodo da metà uscita al momento dell’approvvigionamento è passato nell’attesa delle proteine, in uno stato di accentuata sofferenza mentale.

6. L’ipocondria. La peggiore. Quindici anni fa uscivo vestito come capitava, prendendo strade a caso, facevo molti più km di quanti la mia condizione di allenamento avrebbe permesso, usando una bici inaffidabile. Rientravo – infreddolito o accaldato -, facevo una doccia ed ero felice. Oggi, inizio a pensare ai possibili problemi metabolici, alla curva glicemica, a se e come lo sforzo fisico mi scatenerà un piccolo attacco di panico tre ore dopo l’uscita. Il risultato è che a volte i freni li tiro anche in salita.

7. L’età adulta. La verità è che non ci divertiamo più come prima. E fin quando continuerò a fare raffronti fra i miei sorrisi post-pedalata del 2015, (di soddisfazione per fini edonistici-salutistici) e quelli del 1999 (di pura gioia data dal sentirsi vivi e dal contatto con la natura e dalla fatica), non potrò che perdere.

Ecco, in conclusione, una foto quadrata col filtro.

iOS 8.2 permette di applicare filtri anche indipendentemente da Instagram. Possa questa foto, così armonica, essere il mio grido d'aiuto.

iOS 8.2 permette di applicare filtri anche indipendentemente da Instagram. Possa questa foto, così armonica, essere il mio grido d’aiuto.

La soluzione qual è? Solo una. Zitto e pedala. O, per dirla con un sito alla moda, Harden The Fuck Up.

Inevitabili espositori messi lì dall’industria dolciaria nazionale nel giorno di San Valentino

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La mossa davvero a sorpresa della lobby del cioccolato per gli innamorati.

Semel in anno, Buccaner Babe

Che nel cattolico canton Valais il Carnevale sia sentito, l’ho praticamente detto a tutti. E Monthey, pare, è il cuore del Carnevale.

Ora: non sono più quell’attivista anti-Carnevale che ero a 13 anni (è pluricitato, ad esempio, quell’aneddoto di me ed un amico che al giovedì grasso del 1997 ci chiudiamo in casa a guardare “Congo”, tratto da un romanzo di Michael Crichton – anche se forse questo stesso amico ricorda più a fatica l’episodio di me e lui vestiti rispettivamente da Maurizio Costanzo e Oliver Hardy, con maschere di gomma molto somiglianti e dei cuscini a simulare il trippone, che ci presentiamo ad una festa in maschera in una scuola rurale di Cisternino (BR), probabilmente nel 1996). Ma proprio un forzato carnascialesco non sono. Sarà che alto come sono mi hanno sempre riconosciuto, anche quella volta che mi sono mascherato da monaco col cappuccio à la Il Nome della Rosa. Sarà che a me il vino piace berlo con moderazione e tutte le sere. Sarà che anche in Quaresima io, se capita, non mi astengo. Sarà che le frappe mi fanno schifo. Sarà che nell’infanzia Carnevale era nella mia famiglia un momento sociale importantissimo (conservo ancora ricordi nitidi di una certa zia – inconfondibile, ai lettori – che mi truccava gli occhi come se li sarebbe truccati Jo Squillo al Festivalbar. Ed ero vestito da principe, non da mignotta) e non ho mai superato la fine di quell’età. Fatto sta che adesso l’idea di questa celebrazione a metà febbraio mi dà, come al 90% degli adulti, dei piccoli moti di tristezza.

(Per quanto di febbraio ami molto le discussioni intorno a Sanremo, e quelle giornate che dànno l’idea della primavera in avvicinamento).

Quest’anno, però, uscirò e farò (un po’ di) festa, perché sono nella patria del Carnevale.

E c’ho le prove.

Queste foto sono state scattate in un costoso centro commerciale di Monthey. Due settimane fa, almeno. Ma la roba è lì in vendita praticamente dall’Epifania.

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Per provare un brivido d’illegalità.

Per il bambino che ama il sado-maso.

Per il bambino che ama il sado-maso.

Per fare schifo.

Per fare schifo.

Per far capire ai tamarri di Monthey chi è che comanda.

Per far capire ai tamarri di Monthey chi è che comanda.

Per essere Zorzo, Zorro, Zorro, voglio essere Zorro, Zorro, Zorro (cit.)

Per essere Zorzo, Zorro, Zorro, voglio essere Zorro, Zorro, Zorro (cit.)

Per essere belli.

Per essere belli.

Per abbandonarsi alla promiscuità.

Per abbandonarsi alla promiscuità.

Per darsi un tono.

Per darsi un tono.

Per sognare le gesta erotiche di squaw Pelle di Luna (cit.)

Per sognare le gesta erotiche di squaw Pelle di Luna (cit.)

Per spendere poco e comparire.

Per spendere poco e comparire.

Per fondare cooperative a Roma.

Per fondare cooperative a Roma.

Vi invito ad immaginarvi un serio contabile vallesano che giovedì stacca dall’ufficio alle 5, va a casa, bacia i figli, saluta la moglie, poi si mette una benda all’occhio e inizia a stappare bottiglie per tutto il weekend.

Perché è questo che succede.

Io, ve lo dico, mi travestirò da Zorro.

Alcuni sms che mi arrivano

Non vivo più continuativamente in italia da circa un anno e mezzo. Conservo un glorioso numero Omnitel 349 del 2004 (prima avevo un TIM ma la fidanzata del tempo mi convinse a “farmi la Omnitel” così “potevamo parlare quanto volevamo” che lei “ci aveva la promozione”. Ma questa è un’altra, lunghissima e anche narrativamente degna storia che però non posso mettere giù qui), al quale però non mi contatta quasi più nessuno. Un po’ perché quasi tutti sanno che sono via, un po’ perché Whatsapp ha spazzato tutto.

Questa scheda italiana la tengo in un già descritto telefonino Nokia da 20 euro, che quando non sono in Italia accendo solamente quando so che devo fare lunghe chiamate in patria, e la sera per impostare la sveglia.

Non vibra quasi mai, ma è da qualche mese che ricevo – all’incirca una volta ogni quindici giorni – degli sms da numeri di cellulare italiani comunissimi.

Non so come sono finito in questo database, ma si tratta di consigli per il Gioco del Lotto.

Scritti tutti in maiuscolo, vi traspare l’ansia di ficcare quante più informazioni possibili nei 160 caratteri – una sensazione che la mia generazione, nonostante i vincoli di Twitter, ricorda piuttosto bene.

Questi sms sono, secondo me, esilaranti. Debbo condividerli con voi. Riporto testualmente.

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Lo sapevo io, che dovevo farmi un profilo Facebook vero

Mi sono cercato su Google. Ogni due o tre mesi lo faccio per accertarmi che i risultati professionalmente rilevanti (feed Twitter, LinkedIn, about.me, un paio di interviste rilasciate ai tempi di Roma, alcuni articoli sulla ciclomobilità, etc.) siano in alto.

Fino ad adesso avevo il pieno controllo della mia immagine digitale.

Poi oggi ho scoperto questo.

In terza o quarta posizione.

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E sono tristissimo.

Va bene, alla sua età io ero altrettanto pingue. E va bene, i miei idoli non erano Maradona ed Inler, ma Facchetti e Ruben Sosa troppo diversi non erano. Però cazzo.

gggCioè, io avevo anche delle foto nella stessa posa e con pantaloncini dello stesso bianco.

Però cazzo.

Vediamo quante sfugliatelle mi chiederà adesso per rimuovere il profilo – o almeno per cambiarsi il nome in Ale Pibe De Oro Punzi o quello che gli pare.

Monopattini i cui nomi rimettono in discussione i principi fondanti della Confederazione

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L’abitudinario, ovvero: “Vi state divertendo?”

Ci dobbiamo lamentare? Io dico di no. Affatto.

Uno dei miei più cari amici una volta mi ha detto: “La frase che ti definisce è la domanda Vi state divertendo?“. Essa traduce in tre parole due delle mie ossessioni-base: quella di ottimizzare ogni secondo eliminando i tempi morti inseguendo forme di produttività variamente declinate; e quella di preoccuparmi per il benessere di chi mi circonda. Ci si potrebbero anche riconoscere delle chiare eredità parentali, ma il punto non è questo.

(Oltretutto, un influente professore universitario una volta mi disse: “da quando ho 16 anni, ogni mia energia è destinata all’auto-miglioramento fisico, intellettuale, morale, spirituale, od economico”. Non sono stato più lo stesso nemmeno io, dopo quella lezione).

Quindi me lo chiedo spesso, se mi sto divertendo. Sto ottimizzando la mia posizione geografica? La mia breve distanza da luoghi interessanti? La sicurezza del paese dove vivo? Le possibilità che mi dà il mio lavoro? L’aver scelto un’industria fondamentalmente basata sul divertimento, la passione e la salute? L’energia della mia età? Il fatto di vivere nel continente del welfare? Sto godendo appieno i paesaggi che sembrano quasi ghermirmi con la loro potenza? Sto mentalmente masticando comme il faut l’immagine della montagnola di Leysin piena di neve che in questo preciso momento è proprio dietro lo schermo che guardo? Sto assaporando il perfetto isolamento termico di questo appartamento? Sto creandomi immagini mentali sufficientemente forte da resistere qualche anno, dei comignoli fumanti stagliati contro la collina che inizia sotto casa? E dei treni che possono portarmi in un amen su nella neve, ne sto approfittando? E del lago che d’inverno è scuro e – con buona pace di Holden Caulfield – pieno di papere? Sto abbracciando gli effetti positivi dell’essere senza figli né moglie e con un lavoro che non m’impegna nel weekend? Apprezzo a sufficienza la mia altezza? Valorizzo come si deve tutte e 22 le camicie che posseggo? Trascorro abbastanza notti in compagnia? Miglioro il mio francese almeno di un micro-passo al giorno? Dormo bene come potrei? Faccio i miei i libri che leggo? E così via.

La risposta è: sì. E la cosa nuova è che avviene abbracciando la routine, che di per sé a me aveva sempre un po’ fatto storcere il naso.

Quindi anche io sono come il cane (cit.), felice di cenare ascoltando Radio 24, di trascorrere il venerdì sera a Losanna ma solo fino alle 23:20 precise; di passare il sabato mattina leggendo, scrivendo, e poi passeggiando su per la collina; di avere una copia de La grammaire pour tous sul tavolino in bagno; di arrivare alla fermata del bus alle 17:48 e vederlo comparire alle 17:49; di impostare la sveglia e leggere un po’, di tastare con la mano la croccantezza di 7 tipi diversi di pane, alla Manor, e finire per scegliere sempre lo stesso; di alzarmi dalla mia scrivania alle 12:00 precise e farvi ritorno alle 13:30 precise, un po’ accaldato e coi quadricipiti indolenziti da 55 minuti di pista.

E’ solo merito del luogo. Se sono tranquillo, è solo merito del luogo. E della stagione. Lascia che tornino le giornate estive, ed il sole dalle 5 alle 22, e vedi come tutto torna il frenetico farsi in dieci di sempre. Lascia che rimetta piede a Roma, e vedi come torno a non sapere a chi dare i resti, e a provarne molto piacere.

Maglia Mapei a manica lunga, ovvero: oggetti che definiscono

Disclaimer: si parla di bicicletta e di ricordi personali, quindi sarò autobiografico e molto noioso.

La prima bici da corsa l’ho comprata nel 1999. La seconda nel 2005. Gli anni a cavallo del millennio sono stati il mio momento di massimo amore per il ciclismo. In Puglia, uno sport minore – malvisto dai genitori, poco incoraggiato dalle compagne di classe. Le cause di questa passione: (1) un amico caro che possedeva una bici da corsa, rossa, fin da bambino; (2) una precoce inclinazione alla nicchia, un certo piacere nell’essere outsider; (3) l’abbandono della pallacanestro dopo un decennio di ininfluenza sportiva  e di pinguetudine; (4) l’ostracismo parentale verso il calcio, che fin dalla tenera età aveva fatto di me un vaso di coccio in mezzo a tanti amici tutti abbastanza bravi col pallone; (5) un giornalaio, dal quale compravo sì la Gazzetta al martedì per i voti del Fantacalcio, ma col quale si discuteva più che altro di Pantani; (6) l’esistenza di Pantani; (7) le telecronache di De Zan padre; (8) il cardio-frequenzimetro finto che ricevetti con l’abbonamento a “Cicloturismo” nel 2001; (9) l’affinità emotiva con il concetto di viaggio che disciplina è ragion d’essere.

Nel 1999, un commerciante di laterizi di Cisternino (BR) mi regalò un meraviglioso completo invernale della Mapei, una delle più forti squadre di tutti i tempi, fondata e presieduta dall’attuale presidente della Confindustria, che da anni ha abbandonato lo sport e ora mette marchio e soldi a disposizione del Sassuolo Calcio.

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Esattamente questa.

Un completo invernale è costoso. Ne avevo solo due e quello era, naturalmente, il mio preferito. Molte volte lo lavavo a mano, dopo un’uscita, per averlo pronto già all’indomani, e ricordo bene i crampi agli avambracci che mi procuravo strizzando con forza il capo per eliminarne l’acqua saponata.

Se l’andare in bicicletta ha definito quello che sono, quei colori definivano il mio andare in bicicletta.

Quindici anni dopo, sono finito a lavorare nel cuore del cuore del ciclismo. All’ora di pranzo, giro con una bicicletta leggerissima, presa in prestito, su di una pista di legno di betulla, al coperto. Il massimo della tecnologia. Intorno a me, gente che rinnova il proprio mezzo ogni sei mesi, vestita in maniera sobria ed alla moda, con i capi tecnici che si vedono sulle riviste specializzate.

Io, adesso che è inverno, giro indossando la mia maglia Mapei del 1999.

All’inizio mi guardavano un po’ strano – poi hanno smesso di farci caso; ed uno una volta mi ha anche detto “Allez, Bortolamì” – dal nome di un ciclista italiano della Mapei degli anni ’90, famoso per questo exploit.

Alla fine dell’allenamento, mi sfilo la maglia. Il tessuto è familiare come la pelle delle mani di un parente. L’odore del mio sudore, in quindici anni, potrebbe essere cambiato. Eppure, quando sistemo quella maglia sullo stendipanni, io delle molecole del Vernel che usava mia madre per lavarla riesco ancora a percepirle.

Tornare a Losanna dopo le vacanze di Natale

Tornare a Losanna dopo le vacanze di Natale, con enfasi sulla parola “tornare”. Fino a dicembre era tutto parte di un piano; avevo scelto molto tempo fa quale coppia di binari seguire, e la seguivo. Ora la seguo ancora, ma la fine del ciclo annuale mi dà da pensare. Camminare con le mani in tasca per le strade di Losanna (periferia), far visita ad amici reduci, mentre altrove si stappa ancora, ci si bacia ancora su due guance (e non tre) augurandosi cose per l’anno nuovo. Sentirsi più o meno a casa a Losanna, nonostante un francese ancora così così. I treni pieni di sciatori di ritorno dal Vallese verso Ginevra, verso Losanna. Mangiare pizze da 20 franchi. Visitare castelli prolungando il mood festivo. Apprezzare la bassa umidità nell’aria, maledire la bassa umidità in casa. Tornare a Losanna un anno più grandi, più scafati, affatto disillusi, più razionali. Un abito in più, qualche camicia in più, i capelli semmai più corti. La normalità della straordinarietà. Sveglia puntata alle 6:15. Una parvenza di vita normale, nonostante innaturali montagne e riunioni in lingue non mie. Come David Byrne in Once in a Lifetime, mi chiedo: How did I get here? Più o meno lo so, era il piano, e per ora va alla grande. Buon 2015 a me.